Giuseppe Pirlo

Prorettore Vicario dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro

Referente dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro per Agenda Digitale e Smart City – Presidente AICA Puglia

Sebbene l’uso di internet sia oramai ampiamente diffuso, i benefici che in Italia da tale uso si sarebbero dovuti produrre sono ancora minimi ed anzi molti fenomeni negativi stanno emergendo con forza, dal cyberbullismo alle fake news, dall’intolleranza all’hating in rete.

Internet, la “rete delle reti”, che avrebbe dovuto assicurare la partecipazione globale in totale libertà, superando i limiti di spazio e di tempo, ovvero consentendo a chiunque di essere connesso da qualsiasi parte della Terra e in qualsiasi momento, sta diventando sempre di più un crogiuolo di diseducazione, cattiveria ed odio, un luogo dove trovano ampio spazio misoginia e omofobia, razzismo e xenofobia.

Attraverso la rete lo sviluppo sociale sperato, sia pur presente, è estremamente marginale mentre quello economico è fortemente polarizzato su poche aziende che proprio attraverso la loro presenza predominante in rete frenano la crescita delle imprese più piccole.

Le ragioni di questa pericolosa deriva sono molteplici, ma certamente indicazioni importanti sono fornite dai dati di due recenti report europei: il Digital Economy and Society Index 2018 (DESI 2018), l’indicatore della Commissione Europea che misura il livello di attuazione dell’Agenda Digitale di tutti gli Stati membri, e l’European Innovation Scoreboard 2018 (EIS 2018) che fornisce un’analisi comparativa delle prestazioni dei paesi EU in termini di innovazione. Sebbene si basino su indicatori differenti le due ricerche riportano risultati complessivamente coerenti ed evidenziano entrambe come l’Italia sia un paese tra i più arretrati in Europa in termini di digitale, che è anche riuscito a peggiorare rispetto allo scorso anno in termini di integrazione delle tecnologie digitali, connettività e, soprattutto di  capitale umano, per il quali l’Italia era risultava già nelle scorse analisi agli ultimi posti a livello europeo.

Nella situazione italiana allora, Internet da potenziale strumento di sviluppo e crescita, diventa strumento di comunicazione di fatto inutile per una società che non riesce a trarre valore dalle cose e che le utilizza, coerentemente con le capacità e le limitate prospettive di tanta parte della collettività, in modo superficiale se non dannoso. Non stupisce allora se ragazzi e meno giovani si immortalano continuamente in inutili selfie quotidiani, facendo emergere questa mania come una vera e propria moderna patologia, o se un po’ tutti siamo inutilmente connessi ai social come dimostrano numerose statistiche internazionali come ad esempio il Survey del Global Webindex che evidenzia le seguenti percentuali nell’uso dei social da parte di cittadini italiani compresi tra i 16 ed i 64 anni: Youtube, 57%; Facebook, 55%; Whatsapp, 48%; Messenger, 33%; Instagram, 28%; Twitter, 25%; Google+, 25%; Linkedin, 19%; Skype, 19%.

In questa società “inutilmente connessa” risulta assai elevato il rischio, anche per coloro che hanno responsabilità politiche e di governo, di utilizzare  impropriamente o pericolosamente  la rete e in generale tutte le moderne tecnologie alle quali ci si riferisce erroneamente come strumenti “neutri” e quindi in grado di garantire correttezza ed equità. La possibilità di usufruire della rete – anche in maniera gratuita – non assicura affatto, si per sé, la “cittadinanza attiva” tanto auspicata o la possibilità di realizzare sviluppo e progresso sociale ed economico così come è ingannevole far immaginare che nuovi strumenti scientifici e tecnologici sempre più spesso inseriti nel dibattito politico possano, da soli, assicurare il cambiamento necessario e superare le storiche criticità nazionali. E’ questo il caso di termini come Artificial Intelligence, Blockchain, Data Analytics, Biometrics e tante altre “parole chiave” che usate nel generico contesto della politica non hanno spesso alcun significato concreto se non quello immaginifico di accrescere aspettative per facili soluzioni a problemi annosi e complessi. La scienza e la tecnologia potranno certamente rendere disponibili soluzioni efficaci a una grande quantità di problemi ma solo se utilizzate in maniera propria, con serietà e rispetto. Nessun algoritmo di Artificial Intelligence potrà mai fornire risultati utili se non addestrato adeguatamente con dati aggiornati coerenti e completi, che purtroppo sono invece sempre disponibili nelle amministrazioni centrali e locali. La difficoltà della PA di mettere a disposizione gli Open Data sui quali pure si erano ipotizzate tante interessanti possibilità applicative è una dimostrazione di un Paese dove manca ancora la cultura del dato e l’organizzazione per la sua corretta gestione e valorizzazione. L’applicazione della tecnologie è spesso tutt’altro che banale e Il rischio di un utilizzo superficiale è quello di screditarle e con loro le comunità scientifiche che su di esse lavorano da anni.

Ancora più preoccupante è che, approfittando della mancanza di competenze diffuse ed approfondite nel Paese, le tecnologie vengano utilizzate strumentalmente da una politica povera di contenuti e timorosa di assumersi in prima persona i rischi e le responsabilità delle scelte strategiche che è chiamata a prendere.

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